Home Page -> Racconti -> L'ultima
carezza
Clicca
qui per la versione formato PDF
L'ultima carezza
La giornata iniziava fastidiosa,
il sole era troppo forte e fuori luogo per essere novembre. Alcuni
raggi sfuggivano allo schermo dei suoi occhiali
scuri e lo accecavano senza riguardo, sfidando la sua serietà,
i suoi abiti distinti, la sua barba ben rasata, i suoi capelli lisci
e ordinati.
Alzò una mano sopra gli occhi per ripararsi da quell'affronto
e poggiò il gomito contro il finestrino opaco dell'autobus, che
non smetteva di sobbalzare e cigolare, anche lui mettendo a repentaglio
la compostezza e l'integrità della sua figura.
Guardava il mondo fuori scorrere via fra automobili e vetrine colorate,
acquisire il suo ritmo frenetico con l'avanzare del mattino, popolarsi
di gente indaffarata che correva osservando di tanto in tanto l'orologio.
Non prendeva un autobus da molto tempo ed ora si ricordava anche il
perché: tutta quella gente ammassata intorno a lui, quegli odori
così diversi che si accavallavano ad ogni fermata, il rumore
tremendo del motore sotto i piedi che faceva vibrare ogni muscolo, le
facce di persone disgustose così vicine alla sua. Non poteva
sopportare il fare strafottente degli studentelli adolescenti che salivano,
zavorrati dai loro enormi e variopinti zaini, e non mancavano di urtarlo
ad ogni movimento; impossibile poi guardare senza schifarsi quei vecchi
grotteschi, dalle rughe spaventosamente profonde, le bocche diroccate
dagli anni, attaccati come parassiti ai seggiolini. Una realtà pietosa
lo circondava, ed il suo stomaco si contraeva in spasimi di nausea insopportabili.
Per fortuna era ormai arrivato alla stazione e quell'incubo avrebbe
trovato la giusta fine.
L'autobus frenò ancora, scuotendosi tutto e minacciando il suo
equilibrio, ma fu per l'ultima volta: le porte si aprirono e lui si
gettò fuori saltando gli scalini con un movimento ampio e liberatorio.
Si sistemò un attimo il cappotto scuro e poi respirò profondamente
l'aria gelida della città ed il suo grigiore, che riusciva di
nuovo a sovrastare, a possedere.
Salì sul marciapiedi e iniziò a camminare guardandosi
un po' intorno, soffermandosi sui visi sporchi e lividi dei molti barboni,
sui loro pochi oggetti avvolti in carte oleose, i vestiti sudici, le
dita tremanti, le bottiglie vuote.
Gente comune passava intorno a lui, visi anonimi, donne sgraziate dagli
anni, uomini umili avvolti in piumini enormi che deturpavano la proporzione
dei loro corpi, bambini assonnati, strattonati da madri nervose, passanti
veloci dagli occhi spenti, dai movimenti automatici: una massa omogenea
di esseri umani che sopravviveva quasi inconsciamente, camminando fra
strade già percorse e un tempo perennemente presente, circolare,
privo di prospettive.
Sentì una profonda repulsione crescere dentro di lui, la consapevolezza
della sua diversità era l'unica arma contro quel mondo avvilente,
l'unico distacco che gli avrebbe dato la salvezza, il successo: il suo
essere individuo.
Si aggrappò al cappotto scuro e riprese a camminare più velocemente,
con la decisione e la sicurezza che doveva avere. Avvertiva nel suo
corpo un gelo sempre più angosciante, i pensieri erano come rallentati
e le sue energie si disperdevano col vapore provocato dalla respirazione.
<<
Questo inverno inizia così freddo >> pensò Robert,
o perlomeno lo sentiva di più quell'anno, come se fosso tornato
piccolo: era il bambino con la salute più precaria della sua
scuola, ogni cambio di stagione e tutti i virus in circolazione lo costringevano
a stare a letto con la febbre. Ricordava sua madre che gli badava paziente
e le promesse che gli faceva:
<<
Vedrai Robby, quando sarai grande starai sempre bene! Diventerai bello
e forte, non dovrai aver paura di febbriciattole né di nessuna
altra cosa… Se studierai e ti impegnerai tutto andrà sempre
bene… fidati della tua mamma. >>
Si fermò un attimo e con la mano sinistra si massaggiò lentamente
le tempie cercando di riprendersi. Chinò il capo e chiuse gli
occhi. Passò qualche secondo come tramortito, non capiva che
gli stava succedendo…
<< Sheila non è possibile maledizione! Sei una stupida
e non imparerai mai un cazzo… >> esplose Eddy in preda all'ira.
<<
Ma Eddy, non potevo dirtelo, tu non avresti voluto ed io… >> rispose
la ragazza con voce disperata, fra le lacrime che gli rigavano il viso.
<<
Perché? Cosa credi puttana? Credi che così sia cambiato
qualcosa? >> la interruppe lui, urlando e dimenando le braccia.
<<
Ma sono già a tre mesi ormai…ora è diverso, non
posso più tornare indietro, dobbiamo cercare di farci forza insieme
ora, ti prego Eddy… >> insistette lei, sempre piagnucolando,
allungando una mano verso il volto del ragazzo per carezzarlo, tirarlo
a sé e trovare fisicamente una conferma di quell'unione, che
era destinata a rimanere un'immagine sfocata nella sua mente.
<<
Cos'è diverso? DIVERSO! Maledizione saremo solo più affamati
di prima! Non lo capisci? Non potrai più fare soldi così!
CAZZO! Sei inutile! Non sei niente ora! Tornatene a casa puttana, cosa
sei venuta a fare con me? A incastrarmi pensavi? A ME? >> reagì lui
violentemente, spazzando via la mano di lei con un movimento brusco
del braccio.
Sheila gemette sempre più spaventata, toccandosi il ventre leggermente
gonfio.
<<
Ma Eddy, io ti amo! Io voglio stare con te, ti prego Eddy, perdonami! >> disse
supplicando la ragazza, sempre più disperata.
<<
TU, credi di aver capito tutto, ma sei solo una stronzetta viziata!
Ti darei un calcio in quella pancia… >> disse lui furibondo,
accennando il gesto minacciato con uno scatto e facendo indietreggiare
Sheila in lacrime.
<<
Vieni qui che sistemiamo tutto, vieni qui… >> continuò Eddy.
<<
No Eddy, cosa vuoi fare? Mi fai paura, Eddy smettila! EDDYYY! >> gridava
lei indietreggiando, mentre lui tentava di afferrarla. Fortunatamente
era troppo fatto per riuscirci.
<<
VIENI QUI PUTTANA! >> urlava lui mettendo uno dopo l'altro passi
sempre più incerti.
Sheila era presa dal panico più profondo, Eddy, il suo unico
punto di riferimento in quella nuova maledetta, difficile, sporca vita,
il suo amore, quello per cui era scappata di casa, ora era contro di
lei, la odiava, la insultava con rabbia.
<<
VIENI QUI! >> insistette lui digrignando i denti.
Sheila si girò e scappò inorridita, si girava ogni tanto
mentre correva, quasi a cercare qualche motivo per fermarsi, qualcosa
che le permettesse di pensare che aveva capito male, che era tutto uno
scherzo, che tutto non era così deprimente come sembrava.
Entrò nella stazione e continuò a correre verso i binari,
forse per partire verso qualche posto, forse solo per sedersi su una
panchina e riposare un attimo, per poter piangere, in silenzio, sul
crollo dell'ultima illusione della sua vita.
Si avvolse nel suo maglione bianco cercando di scomparire e di proteggersi.
Eddy sbraitava ancora debolmente, poi, quando vide Sheila scomparire
dietro le porte della stazione si calmò. Si mise le mani sul
viso, giocherellando con l'orecchino che aveva al naso.
<<
Rei dove sei finito tu! >> urlò di nuovo, girando su stesso
e cercando il suo cane, che, forse impaurito, si era prudentemente fatto
da parte.
Robert sentì ad un certo punto qualcosa di caldo ed umido toccargli
la mano destra con cui reggeva la borsa porta documenti. Sollevò le
palpebre e vide ai suoi piedi un cane bianco che lo guardava con occhi
dolcissimi, muovendo la coda ritmicamente.
Un ragazzo rapidamente accorse e afferrò l'animale per il collare.
<<
Su Rei, lascialo stare! >> disse strattonando il cane, che obbediva
malvolentieri.
Il ragazzo era un tipo strano, dai vestiti a brandelli, i capelli rasati
a zero ed il viso pieno di piercing. Alzò il capo verso di lui
ed i loro sguardi si incontrarono per un attimo.
Riuscì a reggere il peso di quegli occhi per pochi secondi: erano
pieni di odio, di disprezzo evidente.
Si riebbe rapidamente ed indietreggiò un po', stupito dalla carica
emotiva del ragazzo, si voltò in direzione della stazione e riprese
a camminare, a fuggire…
Si sentiva in trappola, ed era come se un'ostilità enorme impregnasse
ogni cosa che gli si avvicinava.
Un'auto scura si affiancò sulla strada fermandosi poco dopo lui.
Vide la portiera destra aprirsi e una donna uscire rapidamente e richiuderla
in maniera violenta. Aveva addosso una pelliccia tigrata e vestiti tremendamente
attillati ad un fisico esile, i capelli di un nero corvino, ricci e
spettinati, il viso truccato esageratamente. Una prostituta, d'altra
parte in quella zona se ne vedevano molte.
L'auto fece inversione e gli ripassò vicino, al posto di guida
vide un uomo distinto, dal viso pulito, una stempiatura precoce, occhiali
da sole, avvolto in un cappotto scuro.
Sentendosi osservato questo si girò verso di lui e gli sorrise
un attimo, ammiccando in segno di saluto.
Rimase impietrito, ancora più estraniato, non riusciva nemmeno
a deglutire.
L'orologio della stazione davanti a lui segnava le otto e venti, il
suo treno sarebbe partito fra pochi minuti. Quest'unica certezza gli
bastò per proseguire, doveva prenderlo, aveva una riunione importante
e non poteva ritardare…
Arrivò rapido nella hall della stazione, vide sul tabellone elettronico
l'indicazione del binario che gli interessava e prese le scale del sottopassaggio
in fretta, evitando di soffermarsi sui pensieri che rimbalzavano nella
sua mente in preda al caos.
Doveva fare presto, presto, presto…
Tutto sarebbe tornato come prima, avrebbe riavuto la sua lucidità,
la razionalità che gli era indispensabile per vivere, per avere
il controllo, per emergere…
PRESTO!
Salì le scale che indicavano il terzo binario, ormai era convinto
della prossimità della meta e cercava di ritrovare la sua sicurezza
negli ultimi gradini.
Emerse dal sottopassaggio respirando affannosamente, si guardò intorno
alla ricerca del suo treno, ma solo rotaie nude erano sia a destra che
a sinistra. Le seguì disperato fino all'orizzonte, cercò nelle
ultime sagome sfocate la forma della sua locomotiva, ma niente di simile
sembrava emergere nella luce sterile di quel mattino.
Sheila giaceva su una panchina. Aveva smesso di piangere, pensava a
cosa fare, a come non abbandonarsi ai pensieri dolorosi che si erano
radunati nella sua testa. Ricordava ora tutte insieme le minacce dei
suoi genitori e quelle di Eddy, il disprezzo negli occhi della gente
che le passava vicino in macchina, di notte, i sedili di plastica, quell'odore
nauseabondo che facevano a contatto con il sudore fetido di quei bastardi,
che si dimenavano su di lei e dicevano idiozie. Pensavano di prenderle
qualcosa forse, ma non sapevano che lei faceva tutto per il suo amore,
che non stava davvero con loro, che non avrebbe voluto.
Il suo amore, quella eterna promessa di pace, di una serenità basata
sui sentimenti e non su forme di perbenismo ipocrita, quella voglia
di vivere davvero le cose di ogni giorno nella loro pienezza, di poter
pensare alla propria vita con soddisfazione, senza rimpianti, senza
compromessi. La sua casa di mattoni rossi ancora si vedeva sull'orizzonte
delle sue speranze: Eddy che la abbracciava, Rei che festeggiava felice
rotolandosi sul tappetino d'ingresso, di quelli spessi, con la scritta "BENVENUTI",
che non svanisce anche se è lì da cent'anni, e le finestre
di legno che cigolano, il battente della porta di ottone che luccica
da lontano, un recinto di paletti bianchi perennemente da finire…
Sheila pensava così al suo futuro, sopportava tutte quelle cose
odiose, sacrificava il suo corpo, ma non le costava poi troppo. Dopotutto
non c'erano altri modi, Eddy glielo diceva sempre.
Un uomo le passò di fianco correndo, con un bel cappotto scuro
che si agitava tutto al vento, una cartellina di pelle in una mano,
i capelli tutti ordinati, la barba curata.
Sheila lo osservò accuratamente, vide che era un po' agitato,
aveva molta fretta.
Lui però sicuramente aveva dei motivi seri per essere preoccupato,
guardando com'era vestito si notava subito che era uno importante, uno
che sapeva dove tornare alla sera, che aveva qualcuno ad aspettarlo,
sempre.
Robert si sentiva esaurito, chiuso
in un vicolo cieco, quando, d'improvviso, si udì un fischio alle sue spalle: ad un centinaio di metri la
salvezza annunciava il suo arrivo: la fissò con gratitudine mentre
si avvicinava divorando lo spazio, finché qualcosa fra lui e
la locomotiva catturò la sua attenzione: una ragazza lo stava
guardando a pochi metri di distanza, avvolta in una specie di vaporoso
soprabito di lana bianco, le braccia conserte, gli occhi lucidi. Un
vento freddo le sollevava dolcemente qualche ciocca di capelli neri
intorno al viso, i suoi lineamenti sembravano tagliare quegli attimi
con una dolcezza spietata.
Lo guardava con un sorriso malinconico ed i suoi occhi neri, lucidi
di un pianto inespresso, stanchi di passati pesanti.
Fece qualche passo nella sua direzione e gli fu dinanzi, portò una
mano verso di lui, verso il suo viso, lentamente, respirando piano,
un'ultima volta, lo carezzò.
Lui era inebetito e non capiva, non sapeva, doveva muoversi, fuggire,
presto, presto…
La ragazza girò il volto verso i binari e si protese in avanti,
come un cigno che prende il volo, che lascia alle sue spalle acqua stantia,
momenti da abbandonare sul silenzio.
La vide esibire questo movimento con una grazia che non aveva mai conosciuto,
con una passione che sembrò accecarlo, sospenderlo fra sé stesso
e la distruzione, che giunse inevitabile, quando la sua speranza, la
sua fuga, la sua ultima possibilità di salvarsi, travolse quel
cigno con noncuranza e lasciò lui da solo, definitivamente, ai
margini della vita che credeva di possedere e che divenne la sua dannazione.
Fra un marciapiede sporco ed una donna che si vende, assiste al resto
del suo tempo un uomo che aveva il controllo, che si distingueva dalla
massa ed ora si nasconde nel dolore. Un cane bianco accompagna le sue
lacrime, ricordi e alcool la sua mente.