Le poesie, i racconti ed i pensieri, letterari e non, di Fabrizio Lorenzo Lago   Le poesie, i racconti ed i pensieri, letterari e non, di Fabrizio Lorenzo Lago
Racconti

di Fabrizio Lorenzo Lago

 

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L'ultima carezza

La giornata iniziava fastidiosa, il sole era troppo forte e fuori luogo per essere novembre. Alcuni raggi sfuggivano allo schermo dei suoi occhiali scuri e lo accecavano senza riguardo, sfidando la sua serietà, i suoi abiti distinti, la sua barba ben rasata, i suoi capelli lisci e ordinati.
Alzò una mano sopra gli occhi per ripararsi da quell'affronto e poggiò il gomito contro il finestrino opaco dell'autobus, che non smetteva di sobbalzare e cigolare, anche lui mettendo a repentaglio la compostezza e l'integrità della sua figura.
Guardava il mondo fuori scorrere via fra automobili e vetrine colorate, acquisire il suo ritmo frenetico con l'avanzare del mattino, popolarsi di gente indaffarata che correva osservando di tanto in tanto l'orologio.
Non prendeva un autobus da molto tempo ed ora si ricordava anche il perché: tutta quella gente ammassata intorno a lui, quegli odori così diversi che si accavallavano ad ogni fermata, il rumore tremendo del motore sotto i piedi che faceva vibrare ogni muscolo, le facce di persone disgustose così vicine alla sua. Non poteva sopportare il fare strafottente degli studentelli adolescenti che salivano, zavorrati dai loro enormi e variopinti zaini, e non mancavano di urtarlo ad ogni movimento; impossibile poi guardare senza schifarsi quei vecchi grotteschi, dalle rughe spaventosamente profonde, le bocche diroccate dagli anni, attaccati come parassiti ai seggiolini. Una realtà pietosa lo circondava, ed il suo stomaco si contraeva in spasimi di nausea insopportabili. Per fortuna era ormai arrivato alla stazione e quell'incubo avrebbe trovato la giusta fine.
L'autobus frenò ancora, scuotendosi tutto e minacciando il suo equilibrio, ma fu per l'ultima volta: le porte si aprirono e lui si gettò fuori saltando gli scalini con un movimento ampio e liberatorio. Si sistemò un attimo il cappotto scuro e poi respirò profondamente l'aria gelida della città ed il suo grigiore, che riusciva di nuovo a sovrastare, a possedere.
Salì sul marciapiedi e iniziò a camminare guardandosi un po' intorno, soffermandosi sui visi sporchi e lividi dei molti barboni, sui loro pochi oggetti avvolti in carte oleose, i vestiti sudici, le dita tremanti, le bottiglie vuote.
Gente comune passava intorno a lui, visi anonimi, donne sgraziate dagli anni, uomini umili avvolti in piumini enormi che deturpavano la proporzione dei loro corpi, bambini assonnati, strattonati da madri nervose, passanti veloci dagli occhi spenti, dai movimenti automatici: una massa omogenea di esseri umani che sopravviveva quasi inconsciamente, camminando fra strade già percorse e un tempo perennemente presente, circolare, privo di prospettive.
Sentì una profonda repulsione crescere dentro di lui, la consapevolezza della sua diversità era l'unica arma contro quel mondo avvilente, l'unico distacco che gli avrebbe dato la salvezza, il successo: il suo essere individuo.
Si aggrappò al cappotto scuro e riprese a camminare più velocemente, con la decisione e la sicurezza che doveva avere. Avvertiva nel suo corpo un gelo sempre più angosciante, i pensieri erano come rallentati e le sue energie si disperdevano col vapore provocato dalla respirazione.
<< Questo inverno inizia così freddo >> pensò Robert, o perlomeno lo sentiva di più quell'anno, come se fosso tornato piccolo: era il bambino con la salute più precaria della sua scuola, ogni cambio di stagione e tutti i virus in circolazione lo costringevano a stare a letto con la febbre. Ricordava sua madre che gli badava paziente e le promesse che gli faceva:
<< Vedrai Robby, quando sarai grande starai sempre bene! Diventerai bello e forte, non dovrai aver paura di febbriciattole né di nessuna altra cosa… Se studierai e ti impegnerai tutto andrà sempre bene… fidati della tua mamma. >>
Si fermò un attimo e con la mano sinistra si massaggiò lentamente le tempie cercando di riprendersi. Chinò il capo e chiuse gli occhi. Passò qualche secondo come tramortito, non capiva che gli stava succedendo…

<< Sheila non è possibile maledizione! Sei una stupida e non imparerai mai un cazzo… >> esplose Eddy in preda all'ira.
<< Ma Eddy, non potevo dirtelo, tu non avresti voluto ed io… >> rispose la ragazza con voce disperata, fra le lacrime che gli rigavano il viso.
<< Perché? Cosa credi puttana? Credi che così sia cambiato qualcosa? >> la interruppe lui, urlando e dimenando le braccia.
<< Ma sono già a tre mesi ormai…ora è diverso, non posso più tornare indietro, dobbiamo cercare di farci forza insieme ora, ti prego Eddy… >> insistette lei, sempre piagnucolando, allungando una mano verso il volto del ragazzo per carezzarlo, tirarlo a sé e trovare fisicamente una conferma di quell'unione, che era destinata a rimanere un'immagine sfocata nella sua mente.
<< Cos'è diverso? DIVERSO! Maledizione saremo solo più affamati di prima! Non lo capisci? Non potrai più fare soldi così! CAZZO! Sei inutile! Non sei niente ora! Tornatene a casa puttana, cosa sei venuta a fare con me? A incastrarmi pensavi? A ME? >> reagì lui violentemente, spazzando via la mano di lei con un movimento brusco del braccio.
Sheila gemette sempre più spaventata, toccandosi il ventre leggermente gonfio.
<< Ma Eddy, io ti amo! Io voglio stare con te, ti prego Eddy, perdonami! >> disse supplicando la ragazza, sempre più disperata.
<< TU, credi di aver capito tutto, ma sei solo una stronzetta viziata! Ti darei un calcio in quella pancia… >> disse lui furibondo, accennando il gesto minacciato con uno scatto e facendo indietreggiare Sheila in lacrime.
<< Vieni qui che sistemiamo tutto, vieni qui… >> continuò Eddy.
<< No Eddy, cosa vuoi fare? Mi fai paura, Eddy smettila! EDDYYY! >> gridava lei indietreggiando, mentre lui tentava di afferrarla. Fortunatamente era troppo fatto per riuscirci.
<< VIENI QUI PUTTANA! >> urlava lui mettendo uno dopo l'altro passi sempre più incerti.
Sheila era presa dal panico più profondo, Eddy, il suo unico punto di riferimento in quella nuova maledetta, difficile, sporca vita, il suo amore, quello per cui era scappata di casa, ora era contro di lei, la odiava, la insultava con rabbia.
<< VIENI QUI! >> insistette lui digrignando i denti.
Sheila si girò e scappò inorridita, si girava ogni tanto mentre correva, quasi a cercare qualche motivo per fermarsi, qualcosa che le permettesse di pensare che aveva capito male, che era tutto uno scherzo, che tutto non era così deprimente come sembrava.
Entrò nella stazione e continuò a correre verso i binari, forse per partire verso qualche posto, forse solo per sedersi su una panchina e riposare un attimo, per poter piangere, in silenzio, sul crollo dell'ultima illusione della sua vita.
Si avvolse nel suo maglione bianco cercando di scomparire e di proteggersi.
Eddy sbraitava ancora debolmente, poi, quando vide Sheila scomparire dietro le porte della stazione si calmò. Si mise le mani sul viso, giocherellando con l'orecchino che aveva al naso.
<< Rei dove sei finito tu! >> urlò di nuovo, girando su stesso e cercando il suo cane, che, forse impaurito, si era prudentemente fatto da parte.

Robert sentì ad un certo punto qualcosa di caldo ed umido toccargli la mano destra con cui reggeva la borsa porta documenti. Sollevò le palpebre e vide ai suoi piedi un cane bianco che lo guardava con occhi dolcissimi, muovendo la coda ritmicamente.
Un ragazzo rapidamente accorse e afferrò l'animale per il collare.
<< Su Rei, lascialo stare! >> disse strattonando il cane, che obbediva malvolentieri.
Il ragazzo era un tipo strano, dai vestiti a brandelli, i capelli rasati a zero ed il viso pieno di piercing. Alzò il capo verso di lui ed i loro sguardi si incontrarono per un attimo.
Riuscì a reggere il peso di quegli occhi per pochi secondi: erano pieni di odio, di disprezzo evidente.
Si riebbe rapidamente ed indietreggiò un po', stupito dalla carica emotiva del ragazzo, si voltò in direzione della stazione e riprese a camminare, a fuggire…
Si sentiva in trappola, ed era come se un'ostilità enorme impregnasse ogni cosa che gli si avvicinava.
Un'auto scura si affiancò sulla strada fermandosi poco dopo lui. Vide la portiera destra aprirsi e una donna uscire rapidamente e richiuderla in maniera violenta. Aveva addosso una pelliccia tigrata e vestiti tremendamente attillati ad un fisico esile, i capelli di un nero corvino, ricci e spettinati, il viso truccato esageratamente. Una prostituta, d'altra parte in quella zona se ne vedevano molte.
L'auto fece inversione e gli ripassò vicino, al posto di guida vide un uomo distinto, dal viso pulito, una stempiatura precoce, occhiali da sole, avvolto in un cappotto scuro.
Sentendosi osservato questo si girò verso di lui e gli sorrise un attimo, ammiccando in segno di saluto.
Rimase impietrito, ancora più estraniato, non riusciva nemmeno a deglutire.
L'orologio della stazione davanti a lui segnava le otto e venti, il suo treno sarebbe partito fra pochi minuti. Quest'unica certezza gli bastò per proseguire, doveva prenderlo, aveva una riunione importante e non poteva ritardare…
Arrivò rapido nella hall della stazione, vide sul tabellone elettronico l'indicazione del binario che gli interessava e prese le scale del sottopassaggio in fretta, evitando di soffermarsi sui pensieri che rimbalzavano nella sua mente in preda al caos.
Doveva fare presto, presto, presto…
Tutto sarebbe tornato come prima, avrebbe riavuto la sua lucidità, la razionalità che gli era indispensabile per vivere, per avere il controllo, per emergere…
PRESTO!
Salì le scale che indicavano il terzo binario, ormai era convinto della prossimità della meta e cercava di ritrovare la sua sicurezza negli ultimi gradini.
Emerse dal sottopassaggio respirando affannosamente, si guardò intorno alla ricerca del suo treno, ma solo rotaie nude erano sia a destra che a sinistra. Le seguì disperato fino all'orizzonte, cercò nelle ultime sagome sfocate la forma della sua locomotiva, ma niente di simile sembrava emergere nella luce sterile di quel mattino.

Sheila giaceva su una panchina. Aveva smesso di piangere, pensava a cosa fare, a come non abbandonarsi ai pensieri dolorosi che si erano radunati nella sua testa. Ricordava ora tutte insieme le minacce dei suoi genitori e quelle di Eddy, il disprezzo negli occhi della gente che le passava vicino in macchina, di notte, i sedili di plastica, quell'odore nauseabondo che facevano a contatto con il sudore fetido di quei bastardi, che si dimenavano su di lei e dicevano idiozie. Pensavano di prenderle qualcosa forse, ma non sapevano che lei faceva tutto per il suo amore, che non stava davvero con loro, che non avrebbe voluto.
Il suo amore, quella eterna promessa di pace, di una serenità basata sui sentimenti e non su forme di perbenismo ipocrita, quella voglia di vivere davvero le cose di ogni giorno nella loro pienezza, di poter pensare alla propria vita con soddisfazione, senza rimpianti, senza compromessi. La sua casa di mattoni rossi ancora si vedeva sull'orizzonte delle sue speranze: Eddy che la abbracciava, Rei che festeggiava felice rotolandosi sul tappetino d'ingresso, di quelli spessi, con la scritta "BENVENUTI", che non svanisce anche se è lì da cent'anni, e le finestre di legno che cigolano, il battente della porta di ottone che luccica da lontano, un recinto di paletti bianchi perennemente da finire…
Sheila pensava così al suo futuro, sopportava tutte quelle cose odiose, sacrificava il suo corpo, ma non le costava poi troppo. Dopotutto non c'erano altri modi, Eddy glielo diceva sempre.
Un uomo le passò di fianco correndo, con un bel cappotto scuro che si agitava tutto al vento, una cartellina di pelle in una mano, i capelli tutti ordinati, la barba curata.
Sheila lo osservò accuratamente, vide che era un po' agitato, aveva molta fretta.
Lui però sicuramente aveva dei motivi seri per essere preoccupato, guardando com'era vestito si notava subito che era uno importante, uno che sapeva dove tornare alla sera, che aveva qualcuno ad aspettarlo, sempre.

Robert si sentiva esaurito, chiuso in un vicolo cieco, quando, d'improvviso, si udì un fischio alle sue spalle: ad un centinaio di metri la salvezza annunciava il suo arrivo: la fissò con gratitudine mentre si avvicinava divorando lo spazio, finché qualcosa fra lui e la locomotiva catturò la sua attenzione: una ragazza lo stava guardando a pochi metri di distanza, avvolta in una specie di vaporoso soprabito di lana bianco, le braccia conserte, gli occhi lucidi. Un vento freddo le sollevava dolcemente qualche ciocca di capelli neri intorno al viso, i suoi lineamenti sembravano tagliare quegli attimi con una dolcezza spietata.
Lo guardava con un sorriso malinconico ed i suoi occhi neri, lucidi di un pianto inespresso, stanchi di passati pesanti.
Fece qualche passo nella sua direzione e gli fu dinanzi, portò una mano verso di lui, verso il suo viso, lentamente, respirando piano, un'ultima volta, lo carezzò.
Lui era inebetito e non capiva, non sapeva, doveva muoversi, fuggire, presto, presto…
La ragazza girò il volto verso i binari e si protese in avanti, come un cigno che prende il volo, che lascia alle sue spalle acqua stantia, momenti da abbandonare sul silenzio.
La vide esibire questo movimento con una grazia che non aveva mai conosciuto, con una passione che sembrò accecarlo, sospenderlo fra sé stesso e la distruzione, che giunse inevitabile, quando la sua speranza, la sua fuga, la sua ultima possibilità di salvarsi, travolse quel cigno con noncuranza e lasciò lui da solo, definitivamente, ai margini della vita che credeva di possedere e che divenne la sua dannazione.

Fra un marciapiede sporco ed una donna che si vende, assiste al resto del suo tempo un uomo che aveva il controllo, che si distingueva dalla massa ed ora si nasconde nel dolore. Un cane bianco accompagna le sue lacrime, ricordi e alcool la sua mente.

 
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