Le poesie, i racconti ed i pensieri, letterari e non, di Fabrizio Lorenzo Lago   Le poesie, i racconti ed i pensieri, letterari e non, di Fabrizio Lorenzo Lago
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di Fabrizio Lorenzo Lago

 

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Prigione a cristalli liquidi

 

<< Ma guarda che idiozia! Non si può più guardare la tv, è indecente… >> disse seccamente Robert, senza staccare gli occhi dallo schermo.

<< Sono patetici ormai, ma quello che non capisco è come mai in tanti li seguano ancora? >> aggiunse Iris, rivolta anche lei univocamente verso lo strumento di tanta miseria.

Una lattina di cola oziava sotto il divano, vuota e semi accartocciata, era sfuggita di mano a Robert un paio d’ore prima; Iris gli aveva anche dato dell’imbranato, protestando per il disordine che il giovane marito creava in casa, per quel poco che ci stava, ma presto entrambi si erano scordati della cosa, troppo assorbiti dai cuscini per discutere, appesantiti dalla massiccia consistenza della pizza a domicilio mangiata per cena, inebetiti dalle immagini trasmesse dalla rete televisiva nazionale.

C’era di che protestare effettivamente, di fronte alle scene della trasmissione in onda quel venerdì sera. Erano circa le 23, i concorrenti del più rinomato gioco a premi del momento si davano battaglia sul teleschermo, tramite prove di coraggio piuttosto particolari: camminare in mezzo ad un nido di serpi, lasciarsi ricoprire da insetti di vario genere o ingerire cose gelatinose dallo strano colore e dalla provenienza misteriosa.

<< Bisognerebbe censurarli! >> continuò Robert sempre meno clemente.

<< Già, non è giusto che sprechino i soldi dei contribuenti per fare di queste schifezze… >> confermò Iris a denti stretti, pensando alle ultime fastidiose tasse pagate.

Dopo due ore di stasi contemplativa e silenzi quasi persistenti, i due coniugi Rimond erano arrivati a queste brillanti conclusioni. Niente sembrava però essere cambiato in base ad esse, neppure la posizione delle gambe di Robert, accavallate una sull’altra e distese oltre il divano, grazie al provvidenziale supporto di una sedia della cucina.

Il presentatore intanto assegnava il premio al vincitore della serata e salutava tutti i telespettatori, prodigandosi in ringraziamenti e ricordando i prossimi importantissimi appuntamenti della rete televisiva. Ballerine dai vestiti succinti e brillanti presto lo attorniarono ammiccando e dando inizio ad un sexy-balletto, contorno dell’allegra sigla di chiusura della trasmissione.

Iris e Robert assorbivano le ultime immagini apaticamente, commentando la bruttezza del concorrente vincitore, che saltava trionfalmente fra le ballerine agitando una specie di coccarda multicolore, testimonianza della sua mediatica impresa.

Lo schermo sfumò lentamente in un chiaro celeste e, subito dopo, iniziarono a passare sullo schermo numerose pubblicità commerciali.

Iris allora si ridestò di colpo e scosse Robert con una mano.

<< Dai amore, è tardi e devi ancora portare fuori Billy, alzati! >> disse in tono dolce ma deciso.

<< Ok, ok. Ora vado, non mi smuovere così che ho lo stomaco imballato! >>

<< Va bene, dammi qualche segno che hai ricevuto il messaggio però, fatti forza e tirati su…>>

<< Che scocciatura! Billy, ma quand’è che imparerai ad uscire da solo? Almeno di sera! >> disse ironicamente Robert rivolgendosi al cane, che per tutta risposta scodinzolava eccitato e si stiracchiava la schiena.

Robert si alzò, seguito dal giovane Labrador nero, che trotterellava allegramente sul pavimento di legno del salotto, provocando uno sfrigolante ticchettio con le dure unghie canine.

<< Sssst! Piano, piano! Sotto dormono già sai? Ci sono quei due morti viventi di Bred e Jennifer… Fatti mettere il guinzaglio, vieni qui! >>

<< Parli più col cane che con me! >> ridacchiò Iris, inconscia della paradossale verità che aveva proferito scherzando. << E comunque Bred e Jennifer sono ancora in vacanza al Lago Hens >>.

<< Uh, è vero, sono al “lago dei pensionati”… Mamma santa! Ma come diavolo fanno! Non c’è niente in quel posto, solo vecchietti che pescano e quattro alberi rinsecchiti! >> rispose Robert.

<< Vorranno stare un po’ tranquilli amore, non è così male. Stanno comunque in montagna… >> ribatté Iris.

<< Sarà! Non vedo cosa ci sia di buono. Comunque per la vita che fanno: non è che si agitino poi così tanto a stare a Midcage >> insistette Robert scuotendo le spalle.

<< Bè, sono fatti loro, pensa a portare giù il cane tu intanto, che è una vita che aspetta >>.

<< Agli ordini! >>

Robert scese le scale velocemente, preceduto da Billy che lo tirava, impaziente di scorazzare un po’ nel prato vicino casa.

Fuori la notte era più profonda del solito. Alcuni lampioni dell’isolato erano stranamente spenti e nel cielo di Midcage non c’era traccia né della luna, né di alcuna stella del firmamento.

<< Domani sarà uno schifo di giornata >> disse Robert, considerando che il cielo era particolarmente nuvoloso.

Billy intanto continuava a trascinare il suo padrone per l’abituale percorso che portava al prato, che era in una via parallela a quella del suo condominio.

Per strada non si scorgeva anima viva, a parte qualche auto che passava sporadicamente nelle vicinanze, incrinando il silenzio, unico compagno ammesso da quella notte di ottobre.

Evitando le pozzanghere, residuo della recente pioggia autunnale, Robert cercava di proseguire rapidamente, assecondando il cane e pensando già al suo soffice letto pronto ad accoglierlo.

Voltarono l’angolo dell’ennesimo palazzo e finalmente giunsero nel prato tanto desiderato da Billy.

<< Tieni bestia. Ecco il tuo prato, goditelo 5 minuti e torniamo a casa. Vai e fai il bravo! >> disse al cane mentre lo liberava dal guinzaglio.

Billy non se lo fece ripetere due volte e, come se fosse conscio dell’esiguità del tempo che aveva a disposizione per scorazzare in libertà, si inoltrò di corsa sull’erba con le orecchie dritte, per poi soffermarsi ad annusare qua è là il terreno, alla ricerca di odori interessanti o semplicemente del posto più adatto a fare i suoi bisogni.

Robert lo guardava attentamente. Una cosa che gli piaceva molto dei cani era che li potevi fissare per ore senza problemi; farlo con un uomo o una donna e venire beccati spesso significava ricevere occhiatacce ostili in risposta. Ma con i cani no: quelle bestie non temevano occhi indiscreti e riuscivano ad essere perfettamente naturali in ogni situazione. Robert pensava fosse una questione di ansia, di paura. Le persone reagivano in maniera molto aggressiva poiché evidentemente si sentivano sotto esame, scandagliate da sguardi giudicanti, ad un passo dall’essere scoperti. Billy invece era lì, bello pacifico, che urinava in faccia al mondo senza timori, anzi, quasi orgogliosamente!

<< Beato te…>> sospirò Robert immerso nei suoi pensieri, mentre l’animale continuava a vagare qua e là, seguendo chissà quale invisibile pista.

<< I cani sono sicuri del fatto loro, sanno perfettamente cosa sono e perché, non hanno nessun timore. Così bisogna essere! >> affermò, rivolto a se stesso ed ad una invisibile platea.

Solo il Labrador però si girò verso Robert, con il muso all’insù, gli occhi un po’ perplessi, la coda che oscillava timidamente.

<< Ok Billy, la smetto di pensare ste cavolate, tu continua pure >>.

Sul lato nord del perimetro del prato, da dove era arrivato Robert, c’erano due alti palazzi di mattoni rossi, la cui mole nell’oscurità sembrava essere ancora più sovrastante del solito. Accanto a questi, stavano costruendo un’altra costruzione più piccola, di cui per il momento erano presenti solo i primi due piani, peraltro ancora in fase di completamento.

Robert era molto attratto dai cantieri edili, gli piaceva osservare giorno dopo giorno i progressi degli operai che lavoravano. Ogni volta cercava di capire quali erano stati i cambiamenti effettuati: cosa era stato montato, come erano state spostate le impalcature, che materiali venivano usati.

Tutto ciò che significava lavoro manuale attirava Robert. Lui era un vero imbranato in quelle cose, la sua curiosità a riguardo non era dettata dalla competenza o dalla voglia di imparare qualche tecnica di bricolage, era più una sorta di invidia, legata non alla sua carenza di abilità, ma alla concretezza del lavoro degli altri.

Robert era un impiegato, lavorava ormai da dieci anni nell’ufficio commerciale di un’azienda che produceva carrelli elevatori. Era sempre stato un tipo brillante: risolveva parecchie cose autonomamente, era pronto a farsi carico di responsabilità e il suo capo apprezzava molto il suo rendimento. Eppure, ultimamente, qualcosa iniziava a non soddisfarlo più. Sentiva il bisogno di delle evidenti conferme che tutto andava per il meglio, avvertiva una strana sensazione di disagio, era come se il suo mondo, che aveva sempre considerato “la migliore realtà possibile”, iniziasse a sfumare, a perdere lentamente significato.

Da quando era caduto in quello stato emotivo, aveva scoperto la bellezza del lavoro manuale. Aveva provato ad immaginare la soddisfazione che si poteva provare nell’aver costruito qualcosa di tangibile: una casa per esempio.

Il sogno di Robert era diventato costruire una casa in cui vivere, godere del lavoro delle sue mani, gustare la vera sensazione del possesso, che non è ottenere qualcosa tramite il denaro o un’altra sorta di scambio, ma poter guardare ciò che ti circonda come un creatore.

Robert fece qualche passo in direzione della palazzina incompleta, voleva dare un’occhiata a come procedevano i lavori, che gli sembrava fossero concentrati, in quella fase, sul rivestimento esterno.

Nonostante la scarsa luce proveniente dalle case e dai pochi lampioni accesi, si riusciva ad intravedere qualche novità: erano stati portati dei pallet di mattoni rustici e le impalcature ora si trovavano presso la parete rivolta ad ovest; purtroppo però erano coperte da dei teloni di plastica che nascondevano gli altri progressi. Il piano terra ormai era quasi completo, probabilmente era destinato ai garage, a giudicare dalle dimensioni delle entrate, ancora prive dei relativi portoni.

Robert scrutava ogni angolo della penombra alla ricerca di particolari che potevano essergli sfuggiti, quando qualcosa, vicino al suolo di quello che sarebbe stato l’ingresso del condominio, attirò la sua attenzione.

Uno strano bagliore dai riflessi argentei emergeva ad intermittenza dalla semioscurità. Un luccichio liquido, che sembrava rimpicciolirsi pian piano per poi tornare a crescere in intensità, a fasi costanti, come un lumino scosso da raffiche di vento.

Robert era sorpreso, si protendeva in avanti, addossandosi alla rete di plastica arancione, cercando di scorgere cosa provocasse quella piccola luce, ma inutilmente. Stranamente intorno al piccolo fenomeno luminoso non si notava nulla, anzi, sembrava quasi che l’oscurità fosse più intensa, come che quella luce esistesse solo per se stessa, negando alla realtà che la circondava i consueti effetti rischiaratori.

Billy arrivò di corsa fermandosi vicino alle gambe del suo padrone e scodinzolando eccitato, come se avesse capito che, quella sera, nella sua passeggiata c’era qualcosa di nuovo, nella sua solita passeggiata. Orecchie dritte e schiena tesa, il cane emise un piccolo brontolio, quasi volesse chiedere all’uomo cosa stava succedendo.

<< Sssst! Taci scemo! >> sussurrò Robert, portandosi un dito davanti alle labbra rivolto verso l’animale, poi si girò nuovamente verso la palazzina e si fece un po’ più avanti, cercando di farsi largo in un punto fra i paletti sostenitori della rete.

Dopo un po’ di insistenza riuscì a crearsi lo spazio necessario a passare, quindi si infilò silenzioso attraverso il varco, seguito da Billy, che era sempre più agitato e curioso.

Robert mise il primo passo insicuro sul territorio del cantiere, per terra c’erano un sacco di rifiuti, del materiale scartato e molta ghiaia, che rendevano piuttosto accidentato il percorso.

<< Attento Billy, guarda che è pieno di vetri! Resta qui, non mi seguire… >> disse sempre a bassa voce << Aspetta. Aspetta qui Billy >> ripeté in tono di comando, sperando che il cane, per una volta, ubbidisse come doveva.

Billy si sedette, con lo sguardo attento e le orecchie dritte, mugugnando un po’ per la sua ingiusta esclusione.

<< Bravo, aspetta aspetta, torno fra un attimo >>.

Robert si mosse in direzione del bagliore scorto poco prima, che ritrovò facilmente, ancora animato dalla stessa intermittenza. Dopo pochi metri fu avvolto dalla penombra e iniziò a distinguere meglio le forme dell’ambiente e delle cose intorno a lui: compresa la fonte del bagliore.

Qualche passo ancora e non ebbe dubbi: davanti ai suoi piedi, disteso per terra, c’era il corpo di un uomo.

Robert era intimorito dalla situazione, non sapeva davvero cosa fare. Forse avrebbe dovuto lasciare le cose come stavano e chiamare qualcuno, ma non poteva, qualcosa lo spingeva ad andare avanti: una curiosità irresistibile, la voglia di mettere in gioco tutto se stesso, la necessità di sentirsi sicuro anche davanti a ciò che non conosceva. Strinse il pugno sinistro e procedette ancora, ormai a pochissima distanza dall’uomo.

Il bagliore era cresciuto in intensità, o forse era solo effetto della vicinanza, ma ora distingueva anche da dove proveniva effettivamente. Sembrava essere qualcosa sul volto dell’uomo ad emetterlo, anche se, il capo chinato sul petto di questo, non gli permetteva ancora di capire con precisione cosa fosse.

Si piegò sulle ginocchia lentamente, per osservare meglio la luce, cercando di mantenere una distanza di sicurezza dal corpo. Il cuore gli era salito in gola da un pezzo e la paura sorseggiava alacremente il suo sangue in fermento.

Allungò il collo con tutti i sensi allerta, doveva capire cos’era quella luce.

Una goccia di sudore rigò la sua tempia e procedette per tutta la guancia, solcando la tensione come una calda corda di basso, vibrò sull’orlo del suo mento per un attimo interminabile e poi cadde al suolo.

Un suono leggero si sentiva a quella distanza provenire dall’uomo, una specie di esiguo respiro, che ne testimoniava la vita.

Robert era in una posizione scomoda, si sarebbe voluto ritirare un po’ dopo quella scoperta, ma era come se il movimento necessario fosse troppo complicato per essere eseguito senza causare uno sconvolgimento di quella quiete spettrale.

Cosa stava facendo? Come gli era venuto in testa di mettersi in quella situazione?

Il respiro dell’uomo ora era facilmente distinguibile, gli sembrava di percepire persino il suo odore salmastro, acre…

Qualcosa alle sue spalle si mosse.

Robert si voltò di scatto atterrito, cambiando finalmente la posizione in cui era rimasto impietrito.

Billy scodinzolava allegramente dietro di lui, con la testa bassa e le orecchie ritratte, conscio di aver disobbedito all’ordine del suo padrone, ma troppo curioso per rimanere in disparte.

Robert stava per proferire un’imprecazione proverbiale verso il suo cane, quando sentì il suo polso destro preso in una salda stretta. Si girò cercando di divincolarsi, scosso dal panico, e vide una mano scarna ed il viso di un vecchio dagli occhi scintillanti protendersi verso di lui.

Una figura esile e ossuta, piegata sulle ginocchia, dal volto segnato profondamente, i capelli grigi lunghi e disordinati, una peluria brizzolata sulle gote e due occhi brillanti, si era manifestata all’improvviso dal cumulo di membra inanimate, che poco prima giacevano accanto alla polvere. Un vecchio dall’età illeggibile gli teneva il polso con una forza che sembrava non appartenergli.

Robert incontrò il suo sguardo e rimase inebetito, immobile fra lo spavento e la fascinazione che proveniva da quel bagliore, che, come il luccichio delle onde al tramonto, si agitava negli occhi dell’uomo.

Robert fissava, osservava, anelava quel riflesso di vita come perso in ricordi che non gli appartenevano e che, nonostante ciò, sentiva così suoi:

…grida, dolore, gioia,

sbatter d’ali e colpa,

cieli dai colori imprevedibili,

tumulti gonfi e alti come anime inquiete,

ghiaccio e vento liberatore,

fuoco e pena,

pentimento, espiazione,

incubi e spiriti eterei

avvolti di grazia e furore,

paura pesante come la gogna,

presente come la sete,

reale come lo sguardo dei rimorsi,

e redenzione…

Robert fu scosso da un tremito e ritornò cosciente, si rese conto allora di essere avvinghiato al braccio del vecchio, come se fosse stato lui ad afferrarlo e non il contrario. Questo lo guardava con un’aria clemente, quasi che lo stesse compatendo.

Lasciò il braccio piano, non sapeva se scusarsi o cos’altro fare. Si sedette con le ginocchia flesse contro il petto, guardando davanti a sé. Nei suoi occhi non c’era più quel bagliore che tanto l’aveva attirato, ma ciò che era passato per la sua mente negli attimi antecedenti.

<< C’era una nave >> disse il vecchio, con voce bassa e roca.

Il silenzio si aprì per accogliere le parole dell’uomo, che scivolarono come la chiglia di un vascello sull’acqua piatta del porto, inoltrandosi in un racconto fantastico. Robert ascoltò, senza interrompere mai, rapito dalla storia e dai suoi pensieri, che rotolavano uno sull’altro nella sua mente, frantumata da quella visione…

Stordito e come smarrito, aprì la porta di casa ed entrò, seguito da Billy, che non smetteva di fissarlo, intimidito da quello strano atteggiamento del suo padrone.

Andò in bagno e si spogliò rapidamente, buttando i vestiti per terra. Si guardò allo specchio, sospirando profondamente.

In camera era buio, Iris dormiva già serena, non si era neanche accorta della mancanza di suo marito.

Robert si mise a letto, pensando a quanto accaduto e cercando di dare un orientamento alle sue riflessioni, che sembravano sfuggirgli inesorabilmente nel caos della testa.

Fissava il soffitto e fumava. Il buio, diradato dalla brace rovente della sigaretta, sembrava assumere una consistenza diversa, quasi palpabile. Si girò cercando Iris e balzò all’indietro sorpreso: il vecchio era seduto sulla schiena di sua moglie e lo guardava con i suoi occhi stregati ed il sopracciglio destro arcuato, quasi come se lo rimproverasse.

<< Ma, cosa fai lì? Scendi, cazzo, lasciala! >> urlò Robert sconvolto.

Un impeto di rabbia gli fece tremare la voce, si alzò furente e afferrò la lampada sul comodino, brandendola come un’arma.

<< Vattene bastardo! Lasciala stare! IRIS! >>

Colpì il vecchio con la lampada ripetutamente, anche se lui non muoveva nemmeno un dito per difendersi. Gli sfondò il grigio cranio con un colpo pieno di odio e lo spinse via dal letto, facendolo rotolare sul pavimento di legno chiaro, che venne inondato da fiotti di sangue verdastro. Quindi si chinò sulla moglie chiamandola a squarcia gola, atterrito dalla sua immobilità. La scosse dolcemente, poi con più vigore, con disperazione, ma lei non dava segni di vita.

Robert si allontanò inorridito poggiando le spalle alla parete, con le mani sui capelli. Voleva fuggire, piangere, ma non trovava la forza per fare niente, se non guardare lo spettacolo grottesco davanti a lui. Poi, d’improvviso, un suono emerse dal nulla e crebbe gradualmente: una risata, stridula, esasperata, sembrava avvolgere tutto, tingerlo d’incubo, orrore. Robert si guardava intorno cercandone la fonte, ma era ovunque!

Chiuse gli occhi, avrebbe voluto scomparire per sempre, svanire.

Poi, qualcosa nella risata parve cambiare, divenne familiare, conosciuta…

<< IRIS! >> urlò in preda al panico.

Aprì gli occhi e trovò un’assurda conferma della sua percezione: sua moglie giaceva ancora sul letto, con gli occhi chiusi, e stava ridendo, con un’espressione che mai le aveva visto sul volto…

Robert urlò ancora, questa volta senza parole, appellandosi solo al dolore che pervadeva tutto il suo corpo e che gli era ormai impossibile sopportare.

<< Robert! Robert! Svegliati! >> disse Iris.

Nella stanza silenzio, la luce della mattina, che piano rischiarava l’ambiente, filtrata dalle tende giallo pastello, odore di caffè nell’aria.

<< Amore mio, che razza di incubo stavi facendo? Urlavi come se ti stessero flagellando! >> una tazza tintinnava contro il piattino piacevolmente, Iris parlava e intanto porgeva a Robert il caffè con gentilezza.

<< Uh…grazie amore. Che bello svegliarsi, non sai che inferno stanotte... >> disse Robert prendendo la tazzina.

<< Cioè? Raccontami >>.

<< Oh, Dio, è difficile ora . Dammi un po’ di tempo, sono ancora sconvolto >>.

<< Bè, riprenditi in fretta cocco, sei in ritardo, sono già le otto! >> rispose Iris alzandosi e andando in bagno.

<< Cavolo! Già le otto! E’ peggio dell’incubo di prima…devo correre >> Robert si alzò e si preparò in fretta.

Dopo dieci minuti era già in auto diretto verso l’ufficio, alle otto e quarantacinque doveva essere dietro la sua scrivania ad aspettare quello scocciatore di Derek, il responsabile commerciale, che voleva parlargli di un nuovo noioso progetto.

Ogni semaforo rosso era un calvario, guardava l’orologio da polso, quello sul cellulare, l’altro sul display della radio, quello sul cruscotto dell’auto: ognuno segnava un orario diverso! Il cellulare era il più odioso, avanti di tre minuti rispetto agli altri!

<< Quasi quasi telefono e dico che ho avuto un piccolo incidente… >> disse fra sé e sé << Noo! E’ una scusa che ho già usato questo mese, che faccio? >>.

Continuò il suo monologo per un po’, poi, con aria rassegnata, appoggiò la testa al volante, bloccato nell’ennesima coda. Non c’era molto da fare e, comunque, non aveva più voglia di scervellarsi. Si stava ormai gradualmente arrendendo all’idea della brutta figura che avrebbe fatto con Derek e l’accettazione dello stato delle cose, tutto sommato, gli dava una sensazione di benessere.

<< Ma si! Chi se ne frega >> sbottò.

Sorrise guardandosi nello specchietto retrovisore, si passò una mano fra i capelli e studiò rapidamente le sue occhiaie, maledicendo gli incubi della notte passata. Stava pensando ad una sigaretta, quando scorse, in un angolo dello specchietto, un vecchio sul marciapiede dietro di lui, molto simile a quello che aveva sognato.

Ripensò alle immagini grottesche che avevano popolato le sue fantasie oniriche e sorrise di nuovo, guardando con pietà quella figura derelitta che arrancava sul cemento cittadino. Gli vennero in mente gli occhi brillanti del vecchio, la visione che vi aveva scorto e…Billy. Quest’ultimo particolare lo fece riflettere: se era stato tutto un sogno, come mai non ricordava quando aveva effettivamente portato giù il cane? Forse qualcosa nella sua memoria si era confuso con l’incubo?

Robert non si dava pace, non gli era mai successo niente del genere e soprattutto, ora che dubitava dell’irrealtà del vecchio, la visione che aveva avuto tornava a farsi possente dentro di lui, a fargli tremare le mani per il nervosismo.

La colonna di auto si rimise in moto, Robert ripartì rapidamente cercando di non pensare, ma era molto scosso e continuava a tremare. Non si accorse di una frenata improvvisa dell’auto davanti alla sua e per poco non la urtò. Iniziava a sudare freddo e non riusciva a mantenere la concentrazione sulla guida.

<< Devo fermarmi, tanto peggio di così… >>

Accostò l’automobile davanti al primo parcheggio libero e spense il motore. Emise un lungo sospiro cercando di calmarsi.

Dopo qualche minuto di stasi gli venne in mente un modo per risolvere i suoi dubbi: poteva chiamare Iris e chiederle come era andata la sera prima! Lei gli avrebbe almeno potuto dire se aveva portato lui a spasso il cane.

Compose freneticamente il numero di sua moglie sulla tastiera del telefono e rimase in ascolto fremendo.

<< Pronto? >> la voce di Iris.

<< Ciao amore, sono io. Puoi dirmi una cosa? >>

<< Ciao…si ma…che hai? Ti sento strano. >> rispose la moglie.

<< Sono in ritardo amore, ho fretta. Non ti preoccupare >> disse Robert seccamente << Piuttosto, ti ricordi chi ha portato giù il cane ieri sera? >>.

<< Certo, l’hai fatto tu. Io mi sono anche addormentata mentre ti aspettavo >> disse Iris ridacchiando << Ero così stanca! >>

Ci fu qualche secondo di silenzio, poi Iris continuò:

<< Ma perché amore? Sei sicuro che stai bene? >>

<< Si, si. Tutto a posto, era solo per sapere, avevo un dubbio…>> rispose Robert. << Ora però devo andare, scusa ma c’è un sacco di traffico. Ti chiamo dopo dall’ufficio. Ciao amore >>.

<< Va bene >> disse Iris scandendo le parole in modo strano. << Robert, mi raccomando, non fare cavolate. Ciao >>.

Robert chiuse la comunicazione e rimase a pensare seduto in auto.

Troppe cose iniziavano a collimare, il sogno della notte precedente assumeva sempre più le forme di una realtà sottile, difficile da comprendere pienamente, ma indiscutibilmente presente. Scese dall’auto deciso a fare una passeggiata.

Camminava e rifletteva, osservava tutto ciò che lo circondava con curiosità, come se potesse scorgere qualche segno chiarificatore nel mondo che conosceva, qualcosa che gli permettesse di affrontare i dubbi che lo assalivano.

A pochi metri vide una panchina di pietra bianca, piccola e dall’apparenza tutt’altro che comoda. Vi si sedette comunque, cercando di trovare un posizione che gli permettesse di sentire giustificata la sua esistenza lì, in quella grigia città opprimente, in quel momento strano, che sembrava spiazzarlo sotto ogni aspetto. Si sentiva come un fuggitivo, avvertiva che tutta la realtà intorno sembrava come ricoprirsi di piccole crepe, raccapriccianti piaghe della verità, che mostravano la loro purulenta infezione aprendosi come fiori del male ovunque posasse lo sguardo.

Piegò il capo cercando ancora nelle sue mani un rifugio, per l’ennesima volta troppo fragile. Alzò di nuovo gli occhi guardando davanti a sé: l’enorme vetrina di un negozio di elettrodomestici occupava tutto il suo orizzonte. Al centro dell’esposizione regnava un televisore dalle dimensioni colossali. Sullo schermo passavano le immagini di un programma di varietà, con il solito presentatore, le ballerine e qualche faccia anomala, probabilmente gente presa dal pubblico, entusiasta della propria imprevista e sfacciata fortuna.

Robert rimase così, seduto per lunghi minuti a fissare quelle patetiche scene, criticandole e compiacendosi della sua cinica superiorità. Le riflessioni che fino ai pochi minuti prima lo avevano sconvolto, persero rapidamente importanza, riaffiorando ogni tanto come naufraghi agonizzanti, soffocate al momento giusto da invadenti esplosioni di colori del teleschermo, celebranti premi e successi grandiosi.

Un vecchio gli passò davanti, trascinandosi lentamente e occupando per qualche secondo la sua visuale. Robert lo maledì sommessamente, senza degnarlo di alcuna attenzione, aspettando infastidito che scomparisse e gli permettesse di tornare, serenamente, alla sua piccola prigione a cristalli liquidi.

 
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