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dell'Alba
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Voglia dell’Alba
Era appoggiato all’auto svogliatamente, fumava
una sigaretta e pensava alla sua morte.
Lei aprì il portone davanti e uscì sorridendo, con la faccia
colorita e vivace, nascosta appena da un cappellino scuro, dritto e rigido,
di quelli che si usano per andare a pesca. Le dava un’aria simpatica,
da forestiera gioiosa e spensierata, da persona di passaggio: perché è noto
che i viaggiatori per scelta, i turisti della vita, specialmente quando
portano cappelli del genere, non possono che essere persone felici e senza
preoccupazioni.
Lui cancellò la morte dallo sguardo e la osservò avvicinarsi,
finalmente…
L’aveva aspettata per quasi un’ora e iniziava già a
pensare che lei volesse evitarlo, ma vederla così adesso, lo ripagava
pienamente dell’agonia passata.
Camminava disinvolta, come se avesse già percorso mille volte quella
strada che li separava, come se quella direzione fosse l’unica possibile
per lei in quella vita: lui e la sua sigaretta che si consumavano lenti.
<<
Ciao amore mio! >> esclamò quasi dal nulla, tuffandosi su
Samuel con euforia e inarcando il suo sorriso all’estremo. Lo stringeva
forte e lui quasi si sorprese della potenza che le braccia di lei, così esili
all’apparenza, sapevano sprigionare.
Non era preparato a tanta gioia, a tanto entusiasmo. Mentre aspettava
si era immaginato la scena del loro incontro, ed era drasticamente diversa
da quella: aveva pensato a gesti lenti e significativi, a un po’ di
vento che avrebbe sottolineato i loro respiri intensi, mentre si abbracciavano
dolcemente di nuovo, allo sguardo d’intesa che lei gli avrebbe rivolto,
a poche parole, a nessuna domanda…
<<
Allora bellone cosa mi fai fare adesso? Scusa se ti ho fatto aspettare
un po’ troppo… >>
Samuel aveva già ripreso posto sul treno del pessimismo, dell’insoddisfazione.
Pensava che non ne poteva più di tutto quel vivere uguale, degli
abiti costosi che indossava, della faccia ottimista che doveva fare per
vendere sicurezza, degli incontri di lavoro, delle serate di gala, dei
cocktail nauseanti trangugiati per fare compagnia ai suoi amici, per sedurre
una donna, per dimenticare se stesso.
Non ne poteva più.
<<
Eri arrivato puntuale? >> uno sguardo dolce e finto, gli occhi abbassati
in una timida costernazione, le braccia ancora al collo di lui e la vita
stretta contro il suo sesso.
<<
Ero arrivato puntuale, ma sono ancora qui no? Non stare a preoccuparti
inutilmente >> secco, deciso, eccitato dal calore di lei che sentiva
premere sul suo pene.
<<
Ma c’è qualcosa che non va? Non hai voglia di parlarmene? >>
<<
Magari dopo dai, non perdiamo tempo. Non so, ti va di andare a casa mia?
Se hai voglia di cenare posso provare a stupirti con un piatto da Nouvelle
Cousine…>>
Così risolviamo, finiamo a letto e poi dormi. Tanto ho solo
voglia di guardarti un po’.
<<
Non se ne parla bellone! Stasera andiamo a ballare e ho un paio di inviti
per l’Havana Club che fanno proprio al caso nostro! Dai muoviti,
che dopo le nove non fanno più da mangiare ed io ho una gran famona! >> rise
Erika.
<<
Oppure vuoi che mi mangi te bellone?! Eh si, lo so che ti piacerebbe…ma
dovrai tenermi come dessert, e dovrai anche meritartelo cosa credi! >> finì di
parlare ancora con quel risolino sulle labbra e il tono di una bambina
stupida, poi lasciò Samuel e montò in auto rapidamente,
esortandolo a fare lo stesso con altre due sillabe acute.
Sentì le sue tempie pulsare e le mani gli tremarono un attimo.
Vide poi che per terra dinanzi a lui c’erano due foglietti di carta
variopinti: gli inviti del locale di cui aveva parlato Erika, dovevano
essere caduti dalla sua borsetta mentre l’abbracciava. Li raccolse
e li esaminò un attimo con le dita, liberandoli da un po’ di
polvere che li aveva sporcati.
Una serata latino americana era la festa che proponevano quei cartoncini
colorati, probabilmente del buon rhum e qualche ballerina sudamericana
ad animare il posto. L’idea non gli dispiaceva, anzi, era attratto
dal clima che sembrava emergere dalla pubblicità; l’unica
cosa che non andava era la donna in auto con cui avrebbe dovuto condividere
tanto tempo.
Un’idea assurda sfiorò la sua immaginazione con una folata
di vento.
Tirò fuori dalla tasca destra il radiocomando dell’antifurto
della sua auto, lo guardò un attimo indeciso, poi sentì ancora
la voce di Erika, incomprensibile, sembrava già distante anni,
attutita dai vetri chiusi.
Premette il tasto del comando per chiudere l’auto e si mise a camminare.
Sentì ancora per qualche passo il suono della voce di lei e i rumori
di qualche colpo contro il finestrino. Proseguì pacifico, pensando
al cane che aveva quando era piccolo: anche lui faceva quei rumori quando
lo lasciavano da solo in auto.
Erika lavorava in un ufficio alla periferia industriale
della città e
per fortuna il locale della festa era proprio lì vicino, c’erano
da fare a piedi un paio di Km, niente di più. O almeno così aveva
stimato Samuel.
Il paesaggio intorno non era proprio rassicurante, una superstrada vicino
provvedeva ad assordarlo ritmicamente con il passaggio di qualche lunghissimo
camion e le uniche costruzioni che si vedevano all’orizzonte erano
dei capannoni enormi. Le luci dei semafori agli incroci erano le sue mete
progressive mentre cercava di orientarsi alla meglio. Pensò che
se avesse saputo di dover fare quella passeggiata avrebbe indossato altri
indumenti, e soprattutto altre scarpe. Camminava un po’ impacciato
e la sua figura elegante doveva essere piuttosto anomala in quei paraggi.
Dopo diversi minuti di cammino vide delle persone ad un centinaio di metri
di distanza. Si avvicinò rapidamente affrettando il passo.
Mentre camminava iniziò a notare che per strada si trovavano diversi
rifiuti.
Non fai in tempo a trovare gli uomini, che già la
loro merda ti circonda.
Fece pochi altri metri e distinse chiaramente delle donne, il cui schieramento
lungo la strada e abbigliamento erano difficili da fraintendere: prostitute.
Rallentò istintivamente, pensò a come avrebbe potuto evitare
l’incontro, ma presto capì che aveva poche opportunità:
non c’erano bivi e comunque non conosceva la zona abbastanza per
permettersi strade alternative.
Riprese la sua andatura con sicurezza, ma dentro di sé era perplesso,
non tanto per la situazione che doveva affrontare, quanto per la reazione
che aveva avuto, per il timore che l’aveva preso irresistibilmente
alla vista di quelle donne. Dopotutto erano solo persone che cercavano
di guadagnare qualche soldo.
Perché tanta paura? Perché tanto
ribrezzo?
Cosa fanno loro di diverso da me in realtà?!
Vendono il proprio corpo, l’anima, la pelle, il calore della notte,
niente più di ciò che faccio io da una vita. Forse loro
hanno iniziato più tardi.
Ci distingue solo la platealità con cui rinunciamo a noi stessi
e la biancheria intima, nel loro caso di pessimo gusto…
Arrivò vicino alle prime quasi sorridendo, ce n’erano una
decina, tutte bianche, sicuramente ragazze dell’Est Europa. Mostravano
un’aria annoiata, fumavano svogliatamente, molte dovevano avere
poco più di vent’anni. Sembravano quasi a disagio nel vederlo
arrivare così, dal nulla, senza un’auto ed il rumore dei
finestrini elettrici che si abbassavano, senza la solita domanda, senza
l’abituale espressione meschina.
Samuel sorpassò la prima e salutò ad alta voce con un tono
misto fra l’educato e l’allegro:
<<
Buonasera! >>
Fu come se fosse entrato nel bel mezzo di una riunione di famiglia, in
casa di estranei e ad un orario sbagliato. Non si sentì nessuna
risposta e tutte lo fissavano come impaurite. Vide in loro la stessa reazione
che aveva avuto lui poco prima e si sentì confortato.
<<
Non vi preoccupate, dopo un po’ passa… >> disse ad una
mentre continuava a camminare. Lei ricambiò con un abbozzo di sorriso,
mentre si metteva sulle labbra una sigaretta e socchiudeva gli occhi,
come ad apprezzare quell’attimo anomalo fra sé e sé,
gustando la sensazione senza permetterle di avvolgerla, mantenendo il
distacco necessario per continuare a stare lì. Almeno per quella
notte ancora.
Proseguì e qualcuna lo salutò a mezza voce, rompendo l’atmosfera
paradossalmente formale che si era creata.
Samuel pensò alla stranezza della cosa, a quanto ogni situazione
della vita sociale fosse ritualizzata e a come uscire anche solo per un
attimo da quegli schemi di interazione a cui si era abituati fosse disarmante.
Camminava ormai oltre il gruppo di prostitute, quando una voce alle sue
spalle lo chiamò.
<<
Ehi! >> una delle donne si dirigeva verso di lui. Gli fu vicino
in un attimo. Era bionda, piuttosto slanciata ma poco formosa, aveva gli
occhi chiari e vispi, esaltati dal nero brillante dell’eye-liner.
<<
Ehi, hai voglia? Vuoi godere? Io sono brava sai! >> prese la mano
destra di Samuel e la portò sul proprio inguine. Lui lasciò che
lo facesse senza resistere, fissandola e rimanendo muto. Guardava le mani
di lei, la velocità e la facilità con cui era riuscita a
guidare la sua sul suo sesso, il modo in cui riusciva a fargli muovere
le dita.
<<
Allora? Mi dai poco sai, sei simpatico! Vieni con me… >> non
sopportava la voce di lei, e il pesante accento straniero lo infastidiva.
Ora la ragazza gli aveva preso la mano nella sua e lo tirava con sé verso
la strada per attraversarla.
<<
Fermati, non mi interessa >> disse divincolandosi. Lei stava per
parlare ancora, per dire qualche frase che sperava potesse convincerlo,
ma lui la zittì prima che iniziasse:
<<
Ti darò questi soldi per un’informazione >> disse tirando
fuori diverse banconote dalla tasca del soprabito << Dimmi solo
se l’Havana è lontano da qui, lo conosci? >>.
Lei afferrò subito le banconote sorridendo.
<<
Si. Vai lì in fondo, gira a sinistra. E’ lì dietro,
lì dietro… >> rispose indicandogli con qualche gesto
la direzione del locale. Poi lo salutò e attraversò la strada.
Oltre il marciapiede davanti c’era un parcheggio, la vide entrare
in una vecchia auto grigia rapidamente e andare via in direzione opposta
alla sua.
Mi piacerebbe sapere che è scappata, che sta tornando a casa.
Magari le mancavano quei soldi per guadagnarsi la libertà. Sarebbe
bello.
C’è un’altra differenza fra me e loro: la speranza
che la vita possa cambiare.
Nessuna è qui per rimanere per sempre una puttana, cercano di conquistare
un modo di vivere dignitoso, sono sicuro che queste donne hanno delle
ambizioni, dei sogni sul loro futuro. Io invece ho già tutto ciò che
poteva interessarmi, ma mi sento senza senso e non voglio nient’altro.
Continuo a perpetuare i soliti gesti vuoti per ozio, perché la
pigrizia di arrivare ad affrontare una fine drastica mi blocca.
Aveva ripreso la sua marcia a capo chino, frugandosi
fra le tasche dei pantaloni alla ricerca di un motivo, di una ragione
valida che potesse
sostenere la sua lunga arringa contro Dio e le sue ingiustizie, ma nulla
di ciò che trovava, a parte poche briciole di trascorsi travagliati,
gli sembrava essere adatto. I suoi pensieri furono interrotti da una vibrazione
ritmica che aumentava d’intensità.
Bellissimo.
Continuava a camminare e chiuse gli occhi. Si sentiva sempre più assorbito
dall’aria che gli tremava intorno, in quell’assoluto vuoto
suburbano, la meraviglia arrivava di colpo e aveva le tonalità di
una musica caraibica.
Il locale doveva essere vicino e ormai era sicuro della direzione da tenere.
Si affrettò più che poteva, aveva voglia di entrare in quell’ambiente
fumoso e adagiarsi da solo al bancone a bere. Sentiva già l’eccitazione
della gente intorno, la voglia di farsi vedere delle donne, le risate
senza motivo. Cose che di solito lo facevano innervosire e di cui inspiegabilmente
ora sentiva il bisogno.
Giunse finalmente davanti all’entrata, piuttosto anonima dopotutto.
L’edificio che accoglieva l’Havana Club era un capannone come
gli altri, a parte per una massiccia porta verde lucido ed una scritta
al neon decorata da un paio di palme. Si capiva che quella era l’entrata
di un locale alla moda solo grazie ai tre grossi palestrati che vi sostavano
davanti e che sembravano sorvegliare attentamente la situazione.
Lo incuriosivano le persone adibite a quei ruoli: per accettare un lavoro
del genere, bisognava un po’ rinunciare a far parte della gente.
Pensò che lui non sarebbe più riuscito a divertirsi in un
locale del tipo se avesse mai fatto il buttafuori, il distacco professionale
sarebbe diventato un’ottica diversa nel suo modo di fare.
Quando la gente vuole divertirsi ha bisogno di
qualcuno che la controlli, è come
voler mantenere un piccolo contatto con la realtà nonostante si
tenti di fuggirla, e chi indossa le vesti del reale non se ne libera togliendosi
una divisa.
Si avvicinò con fare composto e mostrò al tipo più vicino
uno degli inviti di Erika. Dopo un breve esame del cartoncino l’uomo
lo salutò e gli aprì la porta invitandolo ad entrare.
La musica lo investì allora pienamente con gli odori della sala
gremita di gente in movimento. Era tutto come s’aspettava, persino
il bancone era posizionato secondo la sua idea, infondo a sinistra, sotto
una specie di balconcino, su cui ballavano due ragazze mulatte; entrò e
si diresse senza indugiare verso uno sgabello libero. Aveva già sulle
labbra il gusto del rhum.
Si sedette e ordinò la sua bevanda ad una barista di colore, che
lo considerò solo dopo diversi tentativi e lo guardò sorpresa,
come se stesse chiedendo qualcosa di anomalo.
<<
Rhum per favore, di quello invecchiato 7 anni se possibile >> ribadì Samuel
pazientemente.
In realtà era evidente che aveva interrotto i pensieri della donna,
che poco prima guardava attentamente in direzione di un paio di tavolini
vicino, a cui sedevano tre uomini, che parlavano con una cameriera intenta
a servirgli bicchieri pieni di intrugli colorati.
<<
Ehi, se è un problema dammi quello che hai, oppure fammi il cocktail
del locale >> disse Samuel sporgendosi sul banco verso di lei.
<<
No, nessun problema, mi scusi >> rispose lei porgendogli un bicchiere
largo e quadrato, e versandogli il rhum. Dopo poco tornò a guardare
nella direzione precedente.
Samuel si sistemò più comodamente e si girò verso
la pista iniziando a sorseggiare il liquido ambrato con calma. C’era
gente sui trent’anni, raccolta in piccoli gruppetti da quattro o
cinque persone che interpretavano a modo loro i ritmi dettati dal dj.
Si notava qualcuno più capace ed altri che erano palesemente fuori
luogo, decisamente negati per seguire la musica ed estremamente rigidi
negli atteggiamenti.
Le donne si muovevano con più grazia e tenevano conversazioni serrate
con le vicine di ballo, ridendo di continuo e lanciando occhiate maliziose
a destra e a manca.
Per lui parlare in mezzo ad una pista da ballo con la musica alta era
una cosa impossibile, gli capitavano fraintendimenti clamorosi oppure
faceva finta di capire frasi che suonavano assurde, sorrideva compiacente
quando gli succedeva e sperava che l’interlocutore del caso finisse
in fretta. Ma era convinto che fosse così per tutti: in realtà regnava
un tacito accordo in quei casi, secondo cui bisognava far vedere che tra
amici ci si divertiva e si scherzava di continuo, per dare agli estranei
l’idea di essere parte di un gruppo molto goliardico e affiatato.
Per le donne invece era diverso: loro davvero parlavano di cose importanti
anche in situazioni come quella; le due ragazze che aveva davanti in quel
momento, per esempio, si stavano certamente confidando segreti di un’intimità insospettabile,
riuscivano a coinvolgersi completamente nei loro discorsi nonostante tutta
la gente intorno, la musica alta, uno che le fissava da un po’…
Samuel pensava che l’unica spiegazione possibile fosse riconoscere
un’intensità diversa ai rapporti d’amicizia fra uomini
e donne. I primi mantenevano in generale un distacco maggiore fra loro,
conservavano sempre per se stessi una sfera personale di stati d’animo
e sensazioni che spesso non esprimevano mai, tendevano comunque a considerare
i momenti insieme più come occasioni per distrarsi che per parlare
di sé. Le donne invece, quando stabilivano un forte vincolo d’amicizia,
sembravano condividere tutto, si confidavano ogni minimo particolare della
propria vita, persino il modo in cui scopavano!
Era assorto in queste considerazioni, quando qualcuno lo urtò al
braccio sinistro: era la barista, che aveva lasciato il suo posto e si
dirigeva a passo svelto verso i tavolini che stava fissando poco prima.
Samuel osservò le gambe della donna e le sue caviglie sottili e
frenetiche, sopra dei tacchi a spillo vertiginosi.
La vide rivolgersi ad uno degli uomini seduti. Dal modo in cui muoveva
la bocca e dalle espressioni del viso doveva essere piuttosto alterata.
L’uomo con cui parlava si alzò portandosi una mano alla fronte
e poggiando l’altra su una spalla della donna, poi sembrò dire
qualcosa, ma non ebbe il tempo di finire, perché lei gli scostò la
mano bruscamente e lo colpì al volto con un secco schiaffo. Si
girò poi in direzione della pista e scomparve fra la gente lasciando
il tipo allibito.
Samuel scosse la testa ridendo.
Fra una considerazione e l’altra i bicchieri davanti a lui erano
diventati diversi e lo stato del suo umore era notevolmente peggiorato.
Pagò le consumazioni e si alzò, aveva intenzione di fare
un giro completo del posto e di cercare nel frattempo un bagno.
Ora quell’ambiente gli appariva più grande ed era come se
tutte le persone che incontrava lo squadrassero spudoratamente. Si sentiva
a disagio e contemporaneamente era infastidito. I ritmi della musica sembravano
non cambiare mai e iniziava a non sopportare più nulla.
Si trovò di fronte ad una scala che portava ad una specie di privè,
ebbe un attimo di indecisione e poi iniziò a salire. Incrociò una
donna nera che scendeva rapidamente e che lo urtò quasi travolgendolo.
Qualcosa di familiare nel suo viso, ma al momento non gliene fregava niente.
Sentiva solo la sua vescica terribilmente gonfia e dolorante, aveva bisogno
a tutti i costi di un bagno.
La sala di sopra si rivelò un ambiente più piccolo, con
diversi divanetti e tavolini di vetro nero. La musica del piano inferiore
sfumava e si trasformava in una melodia d’intrattenimento dai toni
meno esotici. C’era gente, molte coppie che flirtavano, qualche
uomo seduto di fronte a diversi bicchieri vuoti, tanto fumo nell’aria.
Vide l’indicazione per i bagni in fondo a destra, (come in ogni
posto di questa terra), la scritta verde asettico gli sembrava sfocata.
Entrò appoggiandosi troppo forte alla porta, che sbatté violentemente
contro la parete dell’anticamera del bagno, uno stanzino minuscolo
dotato di un piccolo lavandino. Aprì un’altra porta e si
lanciò sul water senza esitazioni. Un gorgoglio di umana soddisfazione
gli morì in gola, mentre con una mano si appoggiava alle mattonelle
davanti, terribilmente fredde.
Uscì dal bagno tirando un sospiro e tentando di riordinarsi i capelli.
Guardò la saletta con occhi nuovi e la trovò piuttosto confortevole,
aveva voglia di sedersi e c’era giusto un tavolino libero in una
specie di nicchia alla sua destra. Si sedette e osservò per un
attimo le pareti nere e profonde, poi provò un leggero senso di
nausea e decise che era meglio smettere. Si portò una mano sugli
occhi e sentì di aver urtato qualcosa con il gomito. Un piccolo
rumore sotto il tavolino gli chiarì la fine dell’oggetto
colpito. Si piegò pigramente nel flebile tentativo di ritrovarlo,
ma le tenebre sotto i tavoli sono dei nascondigli perfetti si sa, e certo
lui non avrebbe sfatato questo mito. Stava per rinunciare quando sentì una
voce sopra la sua testa:
<<
Posso esserle d’aiuto? >> un giovane cameriere biondo dalla
faccia glabra gli stava dinanzi sforzandosi di avere un’espressione
gentile.
<<
Ma…devo aver fatto cadere qualcosa…non so cosa, stavo cercando
di…>> farfugliò fra sé e sé Samuel, ma
si corresse subito << Si grazie, portami del Bourbon per favore >>.
Il ragazzo fece un cenno di assenso e si diresse rapidamente verso il
bar.
Stimò che nella sala ci fossero una ventina di persone, anche se
i separé non permettevano di vedere tutti i tavolini. Si percepiva
un leggero brusio di voci in sottofondo che si sposava piacevolmente con
la musica. Samuel si sentì più rilassato e si mise le mani
sugli occhi cercando di riacquisire tranquillità.
Avvertì un movimento scuotere il divanetto su cui stava e guardandosi
al fianco vide una donna nera che gli si era seduta vicino e beveva da
un bicchiere azzurro. Aveva i capelli corti acconciati in delle sottili
treccine, indossava un top bianco molto attillato ed un pantalone con
le stesse caratteristiche. Teneva le sue due lunghe gambe accavallate
e dondolava il piede sinistro nervosamente, lo sguardo fisso nel vuoto
davanti a lei, le dita strette tenacemente attorno al suo drink.
Il cameriere arrivò con il Bourbon e lo poggiò sul tavolino,
salutando confidenzialmente la donna:
<<
Ciao Tina, tutto bene? >>
Lei non rispose, nemmeno distolse lo sguardo. Il ragazzo se ne andò un
po’ contraddetto.
Samuel la guardò più attentamente in viso e la riconobbe:
era quella che l’aveva quasi travolto poco prima e che l’aveva
servito al bar di sotto!
La sua attenzione ricadde su un anello d’oro che Tina portava all’anulare
della mano destra.
<<
Bello >> le disse toccandole il gioiello con l’indice.
Lei allora si voltò e lo fissò dritto negli occhi. Poi si
sfilò l’anello e prendendogli la mano sinistra glielo mise
al mignolo.
<<
Muoviti, finisci di bere e vattene. Questo è il mio tavolo. >>
Samuel fu un attimo sorpreso dal gesto e dalla decisione nel tono della
donna, poi fece finta di nulla e riprese a parlare guardando il nuovo
oggetto che aveva al dito.
<<
Stava meglio a te però, io ho le dita troppo tozze per renderle
così appariscenti. Sarebbe stupido evidenziare così un difetto
fisico non credi? Mi sembrerebbe di mettere a disagio le persone che mi
guardano…>>
<<
Ma non ti piaceva scusa? >>
<<
Il piacere, come se potesse mai bastarci solo questo! Non è possibile,
uno deve considerare tante altre cose nella vita…>>
<<
Tipo? >>
<<
Tipo cosa ne pensa tua madre di come ti vesti, o dove hai parcheggiato,
o se a casa tua hai un posto dove mettere le giacche e gli ombrelli, se
importerà a qualcuno della tua morte, cosa farai dopo la laurea…>>
<<
Cosa farai dopo aver finito di bere quel coso? >>
<<
Penso che vorrò uccidermi di nuovo, per la terza volta in questa
giornata. >>
Tina si alzò e prese Samuel per mano, lo guardò un’altra
volta e poi andò verso la scala tirandoselo dietro. Scesero al
piano inferiore, c’erano ancora molte persone che ballavano. Si
fecero largo fra la gente e, dopo aver attraversato la pista, raggiunsero
la parete opposta all’entrata. Lei aprì una porta perfettamente
mimetizzata nel muro e lo condusse in un corridoio illuminato da una luce
al neon viola. Aprì un’altra porta e si trovarono in una
specie di camera da letto completamente bianca. Gli tolse il soprabito
e lo fece cadere per terra, poi gli sbottonò la camicia mentre
gli baciava il collo avidamente, mordendolo su un orecchio. Lui le cinse
la vita con le mani e afferrò i suoi glutei sodi, li strinse a
sé e sentì per la prima volta l’odore della sua pelle,
mentre affondava il naso nel suo seno. Lei gemette afferrandogli i capelli
e tirandogli la nuca indietro per avere la sua bocca. Si baciarono a lungo
mentre continuavano a spogliarsi e furono sul letto l’uno nell’altra,
avvolti come per caso, in un abbraccio che sembrava insospettabile fino
a pochi minuti prima.
Qualche rumore proveniente dal corridoio svegliò Samuel. Si trovò di
nuovo in quella stanza bianca, nudo. Nel letto con lui una donna nera,
esausta, col viso sprofondato in un cuscino.
Le lenzuola avvolte alle sue gambe gli davano una sensazione piacevole
di fresco, al mignolo della mano sinistra aveva ancora l’anello
di lei. Si portò le mani sulla nuca nascondendo il viso fra i gomiti.
Provava piacere e basta.
Si rivestì in fretta e silenziosamente, non rivolse più uno
sguardo alla donna, uscì a passi rapidi, percorse fino in fondo
il corridoio che dava sulla camera e trovò una porta a spinta che
lo portò fuori dal locale.
La notte era la stessa, la strada era rimasta ad aspettarlo sfrigolando
sotto le gomme delle auto. Un taxi era fermo poco più avanti. Lo
raggiunse, salì e diede il suo indirizzo all’autista senza
tanti convenevoli.
Stava percorrendo la via che aveva fatto qualche ora prima a piedi e vide
l’edificio degli uffici di Erika. Bloccò il taxi, pagò e
scese.
Arrivò alla sua auto ancora ferma nello stesso punto, vide che
aveva un finestrino rotto e qualche ammaccatura sulla portiera destra.
Prese dalla tasca il radiocomando dell’antifurto e premette il tasto
d’apertura. L’auto rispose con un beep sicuro e paziente.
Samuel la guardò un attimo, poi si girò e si mise a camminare.
Aveva voglia di vedere l’alba.
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